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L'attività sociale > Divagazioni
 
 


Divagazioni al tempo del Coronavirus

 
 
 

Sebastiano Amato

 

Divagazioni a margine de "La battaglia di El Alamein", di A. Santangelo

 


«Alle ore 21, 40 del 23 ottobre 1942 la notte si illuminò improvvisamente a giorno: le vampe di circa mille cannoni accesero l’intero fronte di El Alamein…». (Erano in verità le artiglierie del XXX Corpo d’armata britannico; quelle del XIII avevano iniziato il tiro di preparazione alle ore 21,25).
Così Andrea Santangelo inizia il capitolo quinto de La battaglia di El Alamein (Il Mulino, Bologna maggio 2020), nel quale racconta con chiarezza le fasi della terza e definitiva battaglia combattuta tra i britannici e le forze dell’Asse in pieno deserto lungo la linea di circa 60 km El Alamein - Depressione di Al Qattara. Battaglia che segnò la sorte dell’Armata Corazzata Italo -Tedesca in Africa settentrionale  e di cui la gran parte degli italiani non sa assolutamente nulla.


A ben pensarci, si era a poco più di due ore dal tristemente famoso 24 ottobre, venticinquesimo anniversario di Caporetto. Per gli italiani non poteva esserci ricorrenza più infausta; per i tedeschi e per Rommel in particolare, il conquistatore del Matajur e ora comandante dell’armata corazzata italo-tedesca, sebbene in licenza e sostituito al fronte dal gen. Stumme, era una data beneaugurante. Ma ne era passata di acqua sotto i ponti dell’Isonzo e ne era volata di sabbia nel deserto libico-egiziano e così il 24 ottobre non portò fortuna né agli italiani né ai tedeschi. Dopo 13 giorni di aspri combattimenti tra forze obiettivamente diseguali, alle ore 15,30 del 4 novembre iniziò per le forze dell’Asse la manovra di sganciamento in direzione di Fuka; iniziò, cioè,  la ritirata, termine che si addice alle forze tedesche  e ai pochi reparti italiani veramente motorizzati. Il resto dei nostri Corpi d’armata, infatti, iniziò, se vi riuscì, una terribile marcia a piedi nel deserto e pochi riuscirono a farcela. Tra loro e i legionari romani non c’era alcuna differenza, ma i primi non avevano mai avuto alle costole truppe corazzate e meccanizzate né tanto meno aerei!
La descrizione delle fasi della battaglia è chiara e si fonda, come è prassi da ormai alcuni anni, sulla consultazione degli archivi e della produzione storiografica di tutte le nazioni presenti in teatro, con la lodevole eccezione della storiografia britannica che ama quasi sempre  "far da sé" con molte "storture" e "dimenticanze" nei confronti degli italiani e specialmente per quel che concerne le campagne dell’Africa settentrionale, la cui vulgata, per di più, creata e avallata abilmente nel tempo sopravvaluta i  meriti del generale e  poi visconte e maresciallo, Bernard Law Montgomery, che a sua volta,  tace e  ignora spesso l’azione delle truppe italiane, sebbene smentito talvolta addirittura dal suo diretto superiore maresciallo Harold Alexander e da altri più obiettivi storici militari tedeschi, americani e persino inglesi, come il gen. I. G. Fuller.
L’autore presenta in maniera chiara i concetti tattici sottesi agli ordini di operazione. La differenza essenziale fu che Rommel fu costretto dalla penuria dei mezzi e dal collasso quasi totale dei rifornimenti (in parte per colpa sua) a combattere una battaglia statica, cosa che non avrebbe mai voluto fare,  lui che aveva sfruttato al massimo le potenzialità del carro e dell’artiglieria semovente, talvolta in modo temerario, per non dire sconsiderato, privilegiando la tattica della sorpresa, dell’avvolgimento veloce e delle puntate offensive di centinaia di km, senza tener conto  della strategia e della logistica, alle cui regole realisticamente lo richiamavano talvolta il suo diretto superiore Kesserling e il nostro Capo di Stato Maggiore, Cavallero.
Montgomery, invece, metodico e scolastico talvolta, ma certo anche buon conoscitore sia dell’arte militare e del governo degli uomini sia delle astuzie e dei provvedimenti atti a favorire lo sviluppo dell’azione  sulla linea di battaglia, rinunziò alla manovra e all’attacco per le linee laterali per annientare il nemico e privilegiò, forte della netta superiorità in uomini e mezzi, l’attacco frontale, cioè lo scontro di attrito e di logoramento, soprattutto contro le fanterie appiedate, trincerate davanti alle divisioni corazzate nella parte più solida del nostro schieramento. E la maggior parte di queste erano italiane e il loro armamento non era all’altezza del compito. Secondo la sua concezione della battaglia «per ottenere la vittoria non servivano manovre elaborate, né la sorpresa tattica, ma bastava il solo scontro frontale, a patto di avere ottenuto una schiacciante superiorità numerica in uomini, mezzi, materiali, rifornimenti e rimpiazzi (si parlava di un rapporto di 5/1» (p. 106). Non molto al di là delle concezioni tattiche degli opliti greci.  
Con questa scelta Montgomery ritornava alle dottrine della prima guerra mondiale in Francia e capovolgeva i concetti tattici cui avevano improntato la loro azione, nei limiti del possibile, i suoi predecessori, A. Wavel e C. Auchinleck, che, in condizioni molto più difficili, fecero bene il loro mestiere, ma non piacevano all’invadente Churcill. Comunque vinse, dimostrando di essere l’uomo giusto, sempre fedele al principio tattico appreso a scuola, studiando le battaglie dei Romani: due divisioni avanti (Principes e Hastati) e una dietro di riserva (Triarii), cercando sempre di risparmiare gli uomini. Così arrivò in Tunisia. Certo ebbe dei meriti, ma forse fino ad oggi manca una visione serena e imparziale sulle sue qualità, anche per via del suo carattere e di certi atteggiamenti troppo vanagloriosi.
Le truppe dell’Asse invece persero, perché la tattica non poté essere supportata dalla logistica. E qui si potrebbe discutere a lungo sugli errori commessi a Roma e Berlino. Per stare solo ai nostri, è stupefacente che nessun piano di guerra fosse stato elaborato per l’Africa settentrionale e che non si fosse provveduto a modernizzare mezzi ed equipaggiamenti in vista di una guerra nel deserto, possibile sia in direzione ovest, Tunisia francese, sia in direzione est, Egitto inglese. Aggravò le cose l’idea, politicamente ritenuta al momento geniale, che si sarebbe trattato di una semplice scampagnata in vista della pace. Basta leggere le prime pagine del libro del maresciallo Messe, La mia armata in Tunisia, un libro del ’46, per rendersene conto. Noi non eravamo attrezzati né tecnicamente  né culturalmente (eloquente il secondo capitolo del libro di Santangelo) per combattere quel conflitto, di cui pur coglievamo l’importanza strategica. La nostra insufficienza fu subito palese alla prima mossa di Graziani (in verità costretto, sebbene nolente) su Sidi el Barrani.
Per ironia della sorte, proprio i tedeschi, che questa guerra africana non la capivano e quasi non la consideravano, erano molto meglio forniti di noi in uomini,  mezzi e concetti operativi, nei quali ultimi erano anche superiori ai britannici. Così andò come doveva andare. Alle ore 15.30 del 4 novembre 1942, come detto sopra, dopo 12 giorni di furiosi combattimenti  sulla linea Al-Qattara - (Qaret el Himeinat- Deir el Munassib- Cresta del Ruweisat- Cresta di Mitelriya - Cresta di Kidney- Tel el Heisa) - El Alamein, in arabo Al-‘Alamayn = due bandiere, sperduta stazioncina sulla linea ferroviaria costiera Marsa Matruh - Alessandria, cominciò, tra ordini e contrordini deleteri (che decretarono, ad es., la fine della "Bologna"), la ritirata, che si sarebbe conclusa dopo circa 2.000 km a Mareth in Tunisia il 29 gennaio 1943. E i fanti italiani di prima linea, quelli che almeno riuscirono a venir fuori dalla sacca, li dovevano percorrere a piedi. Ma come potevano salvarsi i fanti del X Corpo, quelli della "Pavia", schierati all’estrema destra, a sessanta km dalla costa, a Qaret el Himeinat, ai bordi della terribile e implacabile depressione di Al Qattara, o i paracadutisti della "Folgore", schierati nelle loro buche davanti a  Deir el-Munassib o ancora i fanti della "Brescia" distesi poco a nord di Bab el Qattara, quando gli australiani della 9 a, gli scozzesi della 51 a, i neozelandesi della 2 a e i sudafricani della 1 a, piegata alfine la resistenza della "Trento" e della 164 a tedesca e superate la cresta di Mitelriya e la pista di Rahman, cominciavano ad aprire la porta sul Mediterraneo, diventando l’ala marciante dell’8 a Armata verso occidente? Eppure i soldati delle divisioni meridionali non vennero catturati subito dopo lo sfaldamento dell’ala sinistra del nostro schieramento, ma, molto a nord e molto a ovest, verso Fuka, quasi sulla costa, a mezza strada tra El Alamein e Marsa Matruh, dopo lunga marcia e valorosa resistenza. Gli inglesi, infatti, non avevano tentato alcun "colpo di falce". I carri dell’ "Ariete" invece furono fatti a pezzi, malgrado il disperato coraggio degli equipaggi e dei bersaglieri. Fu un miracolo quello che fece  il maggiore Paolo Caccia Dominioni, che riuscì a venir fuori con 250 uomini del XXXI guastatori del genio, schierato alla sinistra della "Folgore" (Invito i lettori a rileggere o leggere il suo  Alamein 1933- 1962, Longanesi Milano 1962, premio Bancarella).
L’autore arriva al momento culminante dopo aver raccontato in sintesi ma con chiarezza tutti i cicli operativi precedenti: 1°) avanzata di Graziani su Sidi el Barrani (13-09-1940); 2°) controffensiva di Wavel fino ad Agedabia ; 3°) prima offensiva di Rommel (24-04-1941); 4°) operazione Crusader di Auchinleck con arrivo ad El Agheila (1-07-1941); 5°) seconda offensiva di Rommel fino a  El Alamein. Qui il fronte si arresta e si irrigidisce in due tempi: a) prima battaglia di El Alamein, cioè la battaglia d’arresto vinta da Auchinleck (1-07-1942); b) seconda battaglia di El Alamein o di Alam el-Halfa (30-08-1942, la corsa dei sei giorni), attacco di Rommel bloccato da Montgomery su piani e impostazioni elaborati da Auchinleck, nei quali il nuovo comandante aveva apportato, però, notevoli cambiamenti nello schieramento, nella tattica e nell’addestramento delle truppe.
La lettura  delle pagine riguardanti questi andirivieni nel deserto, pur intrisi di sacrifici e di sangue, è sempre affascinante, perché dal racconto degli eventi, da qualsiasi parte osservati, appaiono evidenti due cose. La prima, che  nel teatro operativo dell’Africa settentrionale, come concordano molti storici militari, la guerra toccò uno dei suoi vertici tecnologici, senza per altro coinvolgere  nessun altro se non i combattenti. E questa è una particolarità non da poco.
La seconda, e più importante forse, è quella che ha sempre colpito l’immaginario collettivo (quando della campagna si leggeva e si sapeva qualcosa). Malgrado la tecnologia, i vari cicli operativi sembrano tanti momenti di un grande torneo di cavalieri antichi, armati di cavalli, lance e spade fiammeggianti, che si fronteggiano senza l’odio mortale che aleggiava in Russia. Una giostra, in cui molti montavano cavalli d’acciaio, altri avevano cavalcature di modesta efficienza o non avevano cavalcature dei nessun genere; fra questi, gli italiani quasi tutti; altri, a turno e quasi sempre per scelta, come gli australiani, i sudafricani, i neozelandesi, gli scozzesi e gli indiani. Ma furono soli gli  italiani ad affrontare le lunghe marce a piedi, lungo le piste della Marmarica, della Cirenaica e della Tripolitania, nell’immensità abbacinante del deserto libico. Meno male che non portarono muli e cavalli. Combatterono in condizioni disperate, spesso compatiti, eppure quando c’era da eseguire lavori di trinceramento sul campo di battaglia erano i migliori.
Libro chiaro, onesto, obiettivo, che aiuta molto a evidenziare e cogliere le costanti tecnico-tattiche e strategiche della campagna, non sempre chiarissime neppure ai contendenti, ma soprattutto ai Comandi italiani, sempre poco coordinati fra loro, che non riuscirono di conseguenza mai a  coordinare l’azione di Esercito, Marina e Aviazione e a forgiare lo strumento adatto a combattere e vincere quella guerra. Eppure l’idea strategica di fondo, cioè che la conquista dell’Egitto avrebbe rappresentato un colpo mortale  per l’Impero britannico in Africa e in Medio Oriente non era peregrina.
Fine non secondario del libro è quello di restituire la verità storica sulla battaglia di El Alamein, che non fu una, ma trina. La questione non riguarda i perdenti, che ben distinguono i tre momenti: a) battaglia di arresto di Auchinleck; b) battaglia di Alam el-Halfa o meglio per Alam el-Halfa, che rappresentò l’obiettivo strategico d’armata, mai raggiunto da Rommel; il quale, in questo modo, senza il ciglione del Ruweisat e senza la cresta di Alam el-Halfa (quota 132), si preparava a essere battuto, senza poter più far niente per evitarlo; c) terza battaglia di El Alamein, l’ultima, la sola a essere stata preparata e condotta all’attacco  da Montgomery, al contrario delle altre due, sempre in ottica inglese. La storiografia inglese, invece, secondo l’autore, ha obliato le altre due, alle quali egli vuole dare l’antica e propria dignità e importanza storica e lo fa per i combattenti britannici e non certo per gli avversari. Affari degli Inglesi si potrebbe dire, e forse lo sono, ma l’autore per una sorta di spirito cavalleresco vuole ristabilire la verità storica anche per dare ciò che spetta a coloro che le combatterono. E fa bene, tutto sommato, in nome della "bontà dei cavalieri antichi".

 

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