- SSSP

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

L'attività sociale > Divagazioni
 
 


Divagazioni al tempo del Coronavirus

 
 
 

Giuseppe Chiaramonte

 

La Societas di Seneca al tempo del Coronavirus

 


La spaventosa e terribile pandemia che ha funestato i nostri giorni, mietendo migliaia di vittime in tutto il mondo, sconvolgendo le nostre abitudini consolidate, il nostro stile di vita, in ultima analisi le nostre certezze di uomini del terzo millennio, oltre a produrre un pericoloso impoverimento delle economie nazionali, ha anche, tra l’altro, generato una retorica (fenomeno non nuovo nella lunga storia della guerra umana contro i virus e i batteri), o, se si preferisce, uno specifico story telling.
Ci è stato ripetuto a iosa, per esempio, fino alla noia e al parossismo, che siamo in guerra, in trincea, che combattiamo quotidianamente contro un nemico invisibile e proprio per questo tanto più subdolo, insidioso, ma che, comunque, alla fine andrà tutto bene.
Su un aspetto specifico di questa "narrazione" vorrei però soffermarmi: mi riferisco all’idea che il COVID 19 ci abbia fatto riscoprire, con la lunga quarantena forzata, il distanziamento sociale, la privazione, in molti casi, degli affetti, anche quelli più cari, il valore della socialità, della via associata, della solidarietà umana, in una parola, per dirla con Seneca, della societas, con l’ottimistica prospettiva di ritrovarci, dopo questa terribile esperienza, uomini migliori.
Senza entrare nel merito sul valore della propaganda (va da sé che la retorica è, per definizione sempre falsa, agente, come ci ricordano i sofisti dell’antica Grecia, sulla parte più irrazionale dell’animo umano, ma potremmo fare riferimento anche a episodi della storia più recente), è sull’illustre e già richiamato precedente letterario latino che vorrei concentrare la mia analisi.
Seneca, infatti, in uno dei suoi più celebri Dialogi, il De Beneficiis, ci regala una riflessione ad ampio spettro sul tema della convivenza umana e della vita associata, con dei possibili addentellati con la più stretta attualità sorprendenti, quasi profetici.
Certamente, anche ad un sommario sguardo retrospettivo, il tema non risulta nuovo, ma già ampiamente scandagliato nei secoli e nelle opere precedenti.
Uno dei più noti episodi dell’Odissea di Omero, del primo poema d’avventura della storia cioè, nonché di uno dei primi capolavori della letteratura occidentale in assoluto, ci presenta la figura di un essere mostruoso e spaventoso insieme, il ciclope Polifemo. Ad illustrare il tenore del personaggio citiamo di seguito, nella limpida traduzione di G. Privitera, alcuni dei versi maggiormente caratterizzanti: "Vi dormiva un uomo immenso, che pasceva da solo le greggi, lontano; non stava con gli altri, ma viveva in disparte, da empio".
Ciò che lo caratterizzava come uomo irrispettoso delle leggi e delle consuetudini
, senza θέμις, era non solo dunque lantropofagia, lessere irrispettoso della ξενία, del diritto dospitalità, ma anche e soprattutto la totale assenza di socialità, di vita in comune con gli altri simili.
Le soluzioni retoriche adottate nel testo, confermanti l’idea di un aedo particolarmente dotato tecnicamente e di pregevoli qualità artistiche, aspetti che ne hanno consegnato il testo alla gloria immortale di cui gode, stanno lì a testimoniarlo: l’aggettivo
οος (" da solo") posto al’inizio del verso, in forte posizione di  enjambement, l’omoteleuto degli avverbi ππροθεν eπνευθεν ("lontano…in disparte").
Ci sia consentito di citare almeno una seconda testimonianza, non meno autorevole e degna di nota, la celebre definizione aristotelica dell’uomo: ὁ ἄνθρωπος φσει πολιτικν ζον, " l’uomo è per natura un animale politico".
Centrale è il riferimento alla  natura : l'uomo è un «animale politico» (politikòn zôon), e in quanto tale è portato per natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità. La socialità è quasi dunque, se volessimo utilizzare un termine freudiano, una "pulsione" dell’uomo.
Orbene, il nostro Seneca, nel passo cui vogliamo rifarci, è assolutamente in linea con questa tradizione, né deve sorprenderci più di tanto, dato il carattere di sintesi della civiltà latina, capace di assimilare il meglio della cultura etrusca, cartaginese e, per l’appunto, greca.
Per Seneca, addirittura, la vita associata è l’elemento che garantisce, previa la salvaguardia della concordia e della pacifica coesistenza tra gli uomini, la sopravvivenza della stessa specie umana: Hanc societatem tolle, et unitatem generis humani, qua vita sustinetur, scindes ("elimina questa socialità e scinderai anche la concordia del genere umano, su cui si regge la vita").
Viene subito da pensare: quali possibilità rimarrebbero all’uomo contemporaneo di fronteggiare la terribile epidemia, senza un’organizzazione sanitaria efficiente, basata sulla cooperazione di valenti medici, infermieri, personale sanitario a vario titolo, tutti coordinati al raggiungimento dei medesimi fini?
Non è il forse il modello della sanità pubblica, espressione e riflesso di uno Stato sapientemente organizzato, ad offrire a tutti i cittadini, indiscriminatamente, la possibilità di fruire del diritto alla salute, garantito dalle più avanzate costituzioni moderne?
Né bisogna dimenticare che il tanto agognato vaccino, se e quando riusciremo a fruirne, sarà il risultato degli sforzi di un equipe di ricercatori, operanti in stretta sinergia, come vuole la moderna ricerca scientifica (questi ultimi, ahimè, lasciati spesso nel limbo della precarietà e quasi mai adeguatamente valorizzati sul piano economico): di ratio e societas insieme, in effetti, parla Seneca, con il primo termine che è traducibile non solo in termine di ragione, ma di metodo, organizzazione razionale (Duas deus res dedit, quae illum obnoxium validissimum facerent, rationem et societatem, "il Dio gli ha donato due proprietà che rendessero lui soggetto inerme vigorosissimo, la ragione e la vita associata").
A tal riguardo Seneca sembra quasi ammonitorio: hoc (sc. societas) morborum impetus arcuit ("ciò ha allontanato l’assalto delle malattie").
Non possiamo non concordare con l’autore latino, memori che la storia della guerra dell’uomo contro i batteri è lunga, si perde nella notte dei secoli e dei millenni, ma è sempre, alla lunga costellata da successi, come certamente accadrà con il virus presente: è lui stesso a ricordarci che societas terris genitum in alienate naturae transmisit imperium ("la socialità ha catapultato un essere generato dalla terra nel dominio di una natura nemica").
Sappiamo tutti che il dramma che stiamo vivendo non è solo sanitario, bensì economico: quali possibilità rimarrebbero all’uomo di fronteggiare una delle crisi più gravi degli ultimi decenni, senza fare affidamento su un moderno welfare state, sullo stanziamento di risorse pubbliche per sostenere le imprese e le attività economiche sull’orlo del collasso?
Il filosofo di Cordova sembra anche un premonitore in questo senso, quando sembra accennare a un embrionale stato assistenziale: hoc (sc. societas)  senectuti adminicula prospexit ("la vita associata ha procurato dei sostegni per la vecchiaia").
Siamo in presenza, pochi dubbi al riguardo, di un modo di pensare che avvicina la posizione del filosofo pagano a quella del nascente cristianesimo.
Homo, sacra res homini, "l’uomo, cosa consacrata all’uomo", afferma in un’altra sua opera, consacrando con questa formula valori come la solidarietà che accomuna ogni uomo al suo simile, la filantropia, la considerazione, la comprensione. E, in effetti, societas può anche essere tradotto con solidarietà, cooperazione.
Non ci resta che consegnare dunque un ultimo monito senecano ai rappresentanti delle istituzioni comunitarie (sì, ancora un’organizzazione di tipo cooperativo, stavolta di tipo transnazionale) i soli forse che, con probabilità di successo, possono fare fronte a questa tremenda contingenza economica della storia, se memori, tra l’altro del comune retaggio latino di cui Seneca rappresenta uno dei più luminosi esponenti: nudum et infirmum societas munit ("la vita associata fortifica l’uomo altrimenti indifeso e debole").

                                                                                           
                                                                                               

 

(scarica PDF)

 

 

Indietro

 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu