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L'attività sociale > Divagazioni
 
 


Divagazioni al tempo del Coronavirus

 
 
 

Sebastiano Amato

 


     Il ratto di Persèfone, gli errores di Demètra e le ninfe Ciane e Aretusa.
Storie di donne, di violenza e di solidarietà nella Sicilia senza tempo greca
.
I Parte

 


Il pomeriggio del 21 maggio 2019 fui invitato nell’accogliente saloncino dell’Editrice  VerbaVolant  nel cuore di Ortigia. Tutto, all’interno, alludeva alla "scrittura" e quasi si sentiva l’odore della pagina stampata di fresco. Mi venne di pensare, con pervicace deformazione mentale, ai versi omerici odmè/ kédrou ododei… «si sentiva… odore di cedro…» che descrivono l’atmosfera incantata dell’isola di Calipso all’arrivo di Ermes nel V dell’Odissea (vv. 59-60), all’interno di un  brano ante litteram idillico e modello di tante descrizioni di loci amoeni e rilassanti, allietati dal respiro possente della natura trionfante; e subito dopo al  Pánt’ õsden théreos… õsde d’hoporas «Tutto odorava di raccolto… profumava di frutti» dell’incantevole finale delle Talisie teocritee.
Gli invitati, quel pomeriggio,  assistemmo ad una eccellente prova della Signora Maddalena Crippa, che ci intrattenne e ci avvinse  con un brano celebre del libro secondo delle Metamorfosi di Ovidio, che racconta la folle e tragica avventura di Fetonte, il figlio di Apollo e di Climene.
L’esibizione evidenziò, ovviamente, la bravura dell’attrice, che non aveva bisogno di conferma alcuna, ma al tempo stesso esaltò le qualità del testo ovidiano, che, pur in traduzione, dimostrava ancora una volta  essere stato scritto quasi in vista di una "pubblicazione orale". Sentii il dovere, o meglio, il piacere di congratularmi, dicendo che all’attrice non si poteva dire che "chapeau", che la traduzione era eccellente, e infine che il testo era stupendo, ben degno di un poeta, Ovidio, veramente "immaginifico", ben più del suo conterraneo ed epigono pescarese, pur avendo ne La  Pioggia del pineto e La Sera fiesolana D’Annunzio del poeta Sulmonensis (Sulmo mihi patria est dice il poeta, Trist. IV 10, 3)  qualcosa travasato in modo abbastanza originale e sensuale: il "panismo", appunto, dei critici. E meno male.
Il preambolo, troppo lungo e forse troppo studiato, mi serve per dire che il poeta nato in Paelignis (così Hieronymus, Chron., certo da Suet., de poetis, ma già il poeta stesso si qualificava con orgoglio Paelignis natus) il 20 marzo (il secondo giorno delle feste Quinquatrus dedicate a Minerva, che cominciavano il 19 , Trist. IV 10, 13; per la festività  Fasti III 810-814) del 43 a. C. (cum cecidit fato consul uterque pari «era l’anno in cui i consoli (Irzio e Pansa) morirono con eguale destino» (Trist. IV 10,6), si era imposto alla mia attenzione, se pure in traduzione, e mi aveva riportato alle letture pregresse e da qualche tempo intermesse, nelle quali ne avevo, come molti colleghi, ammirato l’aerea scorrevolezza, le doti verbali acrobatiche e il sovrano dominio del ritmo esametrico.
In uno di questi giorni  di quarantena e di isolamento, ripensando a quella serata, ho, quindi, deciso di riprendere in mano il volume delle Metamorfosi. Subito all’inizio del libro I, nel margine superiore,  ho trovato un vecchio appunto  con  l’indicazione:  fonti;   e subito dopo un dettagliato e puntiglioso elenco: Zmyrna di Cinna, Io di Calvo, Glauco di Cornificio; Aitia di Callimaco, Heteroiúmena, cioè Mutationes, (Immutationes, Transformationes) di Nicandro, parte delle quali conosciamo attraverso la Raccolta di Metamorfosi di Antonino Liberale, e poi Omero, Pindaro, Teocrito, Ennio, Lucrezio, Virgilio, repertori mitografici. Scorrendo le pagine ho concentrato la mia attenzione su una lunga sezione del libro V (vv. 240-640), che ha profondi legami con la cultura e la religione di Siracusa antica e perciò stesso, a ben guardare, anche moderna. Si tratta della narrazione del rapimento di Persèfone (Proserpina) da parte di Ade (Plutone) e degli errores di Demètra (Cerere) alla ricerca disperata della figlia, Kore appunto (vd. il bel profilo nel tetradrammo di età agatoclea, 308-305 a. C.). A fianco del verso 340 trovo annotato: Claudiano, de raptu Proserpinae, incompiuto. Comincio a riflettere.
L’aedo dell’Inno omerico II, A Demetra e  Callimaco, Inno VI A Demètra, privilegiano l’ambientazione orientale, il primo connettendola strettamente al rito di  Eleusi e al suo rituale, il secondo a un rituale eleusino che alcuni pensano sia stato riprodotto dal Filadelfo ad Alessandria, senza però che di questa variante si siano  trovate  prove e testimonianze certe. Ma Callimaco ricorda due volte Enna, una volta nell’Inno V (v. 30), e una volta nell’Apoteosi di Arsinoe (fr. 228 v. 43), segno evidente che conosceva anche questa importante variante.
Ovidio nei Fasti IV 417 ss. racconta  la stessa vicenda, sebbene di necessità con taglio diverso, funzionale alla celebrazione dei ludi Cereris (11-12 aprile) e privilegia prima l’ambientazione occidentale, considerando la  Terra Trinacris la grata domus Cereris, dove ella si trova invitata da Aretusa, e ricordando in dettaglio tutte le città e i luoghi percorsi da Cerere, da Enna, luogo del rapimento, a Siracusa (vv. 462-480). Poi segue la dea nel suo errare in Grecia (Eleusi), in Oriente e in tutto il mondo conosciuto fino all’India. Nel racconto delle Metamorfosi, legato al destino di Ciane e Aretusa, Ovidio sceglie, invece, l’ambientazione occidentale, siciliana, senza alcun riferimento ad Eleusi e alla topografia della Grecia continentale, salvo le indicazioni necessarie a proposito di Aretusa. Enna e  Siracusa, indissolubilmente legata al culto delle "due dee", acquistano centralità assoluta, perché la Sicilia è l’isola sacra a Demètra e Kore (D. S. V 2, 3).  
Il racconto ovidiano è strutturato con la tecnica "a cornice", anzi a "doppia cornice": la cornice esterna è rappresentata dalla gara tra le Muse e le Pièridi, giudici le Ninfe,  raccontata da Urania ad Atena. All’interno di questa narrazione, Urania riferisce ad Atena il brano cantato da Calliope nel certamen, con il quale ottiene la vittoria con la conseguenza che le Pièridi vengono trasformate in gazze (picae): il ratto di Proserpina e la ricerca di Demètra. All’interno del racconto del rapimento si inseriscono i due splendidi medaglioni che ci riguardano: Ciane e Aretusa, che, all’insegna della solidarietà, entrano nel grande mito demetriaco. Quattro donne, ognuna delle quali, pur incolpevole, subisce in una società maschilista, una violenza terribile che la condanna ad un’esistenza diversa da quella precedente. E tuttavia   le consegna  all’eternità, legate tutte per sempre, ma Ciane e Aretusa in particolare, alla città degli Efirei. Si tratta di due ninfe, i cui nomi sono due idronimi che appartengono al dominio dell’acqua e  ben si addicono a Siracusa, una città che non solo si affaccia sul mare, ma è quasi da esso posseduta, dal momento che  l’avvolge, in antico molto più che ora, anche per la presenza delle paludi e del sistema fluviale dell’Anapo. Non per niente nel IV secolo d. C. Ausonio nell’Ordo urbium nobilium, inserendo al n. 17 le quadruplices Syracusae, ricorda la città per i "miracula fontis et amnis" (Aretusa e Alfèo), che consociant dulces placita sibi sede liquores/ incorruptarum miscentes oscula aquarum (vv. 5-6) . Una "storia" che, a stare alla testimonianza di Pausania (V 7,3), risale addirittura ai versi pronunciati dal dio di Delfi, quando mandò Archia a fondare Siracusa. Così, dopo  27 secoli e mezzo Ciane e Aretusa continuano ad essere familiari a tutti i Siracusani, perché fanno parte ineliminabile del nostro paesaggio e della nostra vita quotidiana. Un siracusano avvertito può avere, infatti, la speranza o provare la sensazione di incontrare ancora oggi, in una stradina, in un bar di Ortigia, davanti al tempio d’Apollo o altrove,  Ciane o Aretusa e in verità qualche volta le incontra pure, nel caldo dell’estate, bionde o brune che siano, ma bellissime, sorridenti e immutate, quali erano prima che le loro forme si sciogliessero e  diventassero fonti. A me, credetemi, in questi ultimi undici anni è capitato di incontrarle, insieme o sole, e talvolta le ho pure subito riconosciute dall’amarygma, dal lampo degli occhi ceruleo e sfuggente di sotto le palpebre azzurrine, e dal sorriso misterioso e ammiccante, incorniciato dalla massa dei capelli verde-viola.
Ovidio, dunque, immagina che Pállade (Minerva) ad un certo punto si separi da suo fratello Pérseo e si diriga sull’ E licona  per andare a vedere la fonte Ippocrene, fatta sgorgare dallo zoccolo di Pégaso. Quivi incontra le Muse e Urania  le conferma la storia «est Pegasus huius origo/fontis» e conduce Minerva a vederla. Mentre la Musa parla, raccontando la loro storia, si sente un fremito d’ali: sono le figlie di Píero e di Evippe, le Pièridi, trasformate in gazze, perché sconfitte dalle Muse in una gara di canto da loro provocata e voluta.
Urania continua a raccontare che al canto delle Pièridi, una gigantomachia falsa e offensiva per gli dei, Calliope, a nome delle sorelle, risponde, come sopra detto, con il rapimento di Persèfone (Proserpina) e gli errores di Demètra (Cerere) alla ricerca della figlia.
Dopo un breve preludio con le laudes Cereris, Calliope, riprendendo la grandiosa immagine pindarica della Pitica II,  descrive la vasta isola di Sicilia che schiaccia con le sue tre punte il gigante Tifèo, il quale attraverso l’Etna vomita fuor dalla bocca fuoco e fiamme e scuote terribilmente la terra. Il rex silentum, che regna sì sul terzo regno, ma  in realtà un inane chaos (Fasti IV 600), e che di conseguenza non ha  niente di cui  rallegrarsi, Plutone, già di per sé poco allegro dello  sfortunato sorteggio, temendo altresì che, per le stravaganze di quel pazzo di Tifèo,  la terra si apra e la luce del giorno atterrisca le trepidantes umbras, esce sul suo carro trainato da neri cavalli e va ad esplorare i fundamenta Siculae… terrae (v. 361). Tutto sembra al suo posto, constata con sollievo, ma Venere intanto dal monte Erice lo ha scorto impegnato in questa operazione e poiché è desiderosa di estendere il suo dominio anche nell’Ade, ordina al figlio  Eros  (Cupìdo) di colpire il dio con una freccia acuminata e unirlo in amore alla giovane Proserpina, sua nipote - una bazzecola - in quanto figlia di Cerere e di Zeus. La saetta di Cupìdo è, manco a dirlo, infallibile e l’effetto immediato e devastante nel cuore un po’ arrugginito del dio.
Ad Enna presso il lago, dove perenne è la primavera, perpetuum est ver, (v.391), Persefone e le compagne stanno raccogliendo fiori con entusiasmo e spensieratezza adolescenziali; il dio la scorge, è bellissima, e se ne innamora immediatamente, usque adeo est properatus amor, (ci penserà Dante, qualche secolo dopo, a giustificare il fatto con l’affermazione che amore al cor gentil ratto s’apprende (Inf. V 100)). Ma era gentile quello di Plutone? Naturalmente la rapisce; lo ritiene un diritto, anzi quasi un dovere, considerato l’ambiente notoriamente poco allegro in cui vive. Grida terrorizzata la dea, invoca le compagne e la madre: i fiori raccolti le cadono dal grembo e la dea con semplicità fanciullesca prova una stretta al cuore.
Il rapitore, agguantata la preda, sferza i cavalli e  dai prati di Enna raggiunge in un baleno gli stagni dei Palìci esalanti zolfo e subito dopo Siracusa, qua Bacchiadae, bimari gens orta Corintho/ inter inaequales posuerunt moenia portus (v. 407-408). Qui,  davanti ad  Aretusa , al di là dell’arco del porto, vive una dea minore che "tra le sicule ninfe fu nota e diede nome allo stagno". È indubbiamente bella; anche i dotti antichi, affascinati,  si impappinano quando la devono chiamare: Eliano (v.h. II 33) la chiama Kyanê, Diodoro (V 4,1; XIV 7)  Kyáne, per i latini è sempre Cýane.
La ninfa, all’arrivo del carro, emergendo  dall’acqua si leva su fino al petto e, spinta da un impulso di solidarietà femminile, grida: «Non andrete lontano … né sarai genero di Cerere, se lei non lo vuole: non dovevi rapirla, ma chiederla in moglie (roganda non rapienda fuit)», rivendicando un diritto inalienabile della donna, la libertà della scelta, anche se per i tempi questa scelta non può che passare attraverso la madre. E per impedire la violenza inaudita del maschio predatore allarga le braccia, quasi a tentare di sbarrare la strada. È bella, Ciane, in questo atteggiamento di difesa e di protesta, eroico e perdente; ricorda la dea, (Venere, Persèfone?) del trono Ludovisi, autentico o falso ottocentesco  che sia.
Il dio degli Inferi si risente e si sdegna, frusta i cavalli e scaglia lo scettro regale fra le acque della fonte, la terra percossa apre la via verso il Tartaro e dentro il cratere accoglie il carro del dio. Ciane piange la dea rapita e le leggi spregiate della sua fonte. Non sa che è solo la prima di tante volte nella sua lunga storia e che saranno gli uomini a completare quasi quello che Plutone non fece, cioè distruggerla. Nel profondo del cuore si sente ferita e offesa. … Si stempera in lacrime tutta,/ tutta si scioglie nell’acque di cui fu dea superba./ Intenerirsi le membra tu avresti potuto vedere,/l’unghie lasciar la durezza, piegarsi flessibili l’ossa;/ prima le parti di lei si disciolgon che sono più sottili/ e le cerulee chiome e le dita e le gambe coi piedi,/che s’assottigliano in gelide linfe più rapidamente;/ gli omeri dopo e le terga si mutan col petto e coi fianchi/ in ruscelletti, finché l’acqua dentro le vene corrotte,/ dov’era il sangue, s’insinua né resta più nulla di saldo (Metam. V, vv. 429-437 tr. Bernini).
La bella ninfa è diventata tutt’uno con la sua fonte: solo, nell’aria e nell’acqua,  il riflesso verde - blu dei suoi occhi e dei suoi splendidi capelli. E ancora oggi peghé tis ésti… c’è una fonte… (continua)
               

 

 

Il ratto di Persèfone, gli errores di Demètra e le ninfe Ciane e Aretusa.
Storie di donne, di violenza e di solidarietà nella Sicilia senza tempo greca.
II Parte

 


Mentre si compie il "dramma" di Ciane, Demètra continua a cercare affannosamente la figlia per ogni terra e ogni anfratto (omnibus terris… omni profundo, v. 439). Cerca, giorno e notte, la flava Ceres, alla luce delle fiaccole accese alle fiamme dell’Etna, …natam/ ab occasu solis…ad ortus. Nel suo vagare viene anche sbeffeggiata da un duri puer oris et audax (un fanciullo molto audace e sfacciato), che la chiama "avida", perché le vede bere una bibita dolce offertale  da una vecchia che ha avuto pietà di lei. La dea si offende e, depressa com’è, versa stizzosamente sulla faccia del malcapitato e impudente ragazzo parte della bibita che sta bevendo. In un attimo il ragazzo si trasforma in un mostruoso animale,  più piccolo di una lucertola, perché non arrechi gravi danni. Si tratta dello stellio, che non è la tarantola, come si legge nei dizionari di latino correnti, ma  lo stellagma stellio, un piccolo sauro della Grecia orientale e dell’Asia Minore, e aptumque colori/  nomen habet variis stellatus corpora guttis «ed ha nome che ben s’adatta al colore/ tutto stellato, com’è nella pelle, di macchie diverse » (v.460-461). Appare chiaro che  Demètra, come le altre, non sono dee, ma sono donne, e come tali agiscono, pensano, soffrono, subiscono, reagiscono. Ovidio è abile a modellarne la psicologia in rapporto alle situazioni e agli eventi.
Dopo aver vagato per tutto il mondo, come abbiamo visto nell’Inno VI di Callimaco e come Ovidio canta nei Fasti IV v. 565 ss., alla fine, sfinita e sfiduciata, ritorna in Sicania, dove tutto è cominciato e dove tutto deve pervenire a soluzione. Alla fine arriva alla fonte Ciane. La ninfa le avrebbe certo raccontato tutto, ma è stata trasformata in fonte e non ha la bocca né la lingua per parlare. È solo una polla d’acqua color cobalto, ma ha sempre un cuore ed è solidale con la dea, alla quale non manca di offrire il suo aiuto nella sola maniera che può. Così le offre un indizio sicuro del passaggio di Proserpina: la cintura della fanciulla galleggiante sull’acqua calma e tersa, ben nota alla madre, caduta ivi per caso nel momento in cui il carro di Ade si è inabissato con inaudita violenza. Demètra, allora, sembra per la prima volta rendersi conto che la figlia è stata rapita. Non è molto, ma è un passo avanti importante e lo deve a quella ninfa-fonte  che vive nel solitario recesso  della campagna siracusana, non lontana da Anapo. E lì è rimasta, per secoli, silenziosa e appartata, spesso trascurata e all’occorrenza violentata.
Demètra è furente, accusa la terra di essere ingrata e specialmente la terra sicula; in un impeto d’ira sconvolge il ritmo della natura, rendendola sterile e incapace di accogliere i semi,  e portando la morte fra gli uomini e gli animali. È una catastrofe ambientale e l’esistenza del  mondo e degli stessi dei è in pericolo. La terra di Sicilia soffre più delle altre e perde la fama della sua fertilità: Fertilitas terrae totum vulgata per orbem/ falsa iacet (v. 481).
Di fronte a questo cataclisma, che investe uomini e cose, provando dolore per quella rovina totale e volendo generosamente aiutare la dea disperata, la ninfa Alféia sporge il capo dalla sorgente elèa, dalla fonte in cui mescola le sue acque con quelle del fiume Alfèo, si tira su i capelli sopra le orecchie e si rivolge a Demètra, esortandola a non sdegnarsi con la terra sicula che le è fedele e che ha subito anch’essa una violenza. Promette di rivelarle la verità. Non lo fa per amore di patria – precisa - dal momento che è straniera e viene dall’Elide e precisamente da Pisa ovvero da Olimpia, dove scorre l’Alfèo. Ora abita la terra sicana, qui ci sono i suoi penati - ragiona un po’da romana - questa è la sua sede, più gradita di ogni terra: è un’immigrata, ma si sente a casa sua, perfettamente integrata. È Aretusa, Aréthousa in ionico, Aréthoisa nel dorico di Pindaro e di Teocrito, Arethùsa in latino, da cui l’italiano.
È una ninfa del corteggio di Artemide – Diana Alféia, anch’essa in Elide in rapporto col fiume Alfèo e venerata con un suo culto a Siracusa, come è attestato da Pindaro Pythica II, 7 che chiama la citta "sede di Artemide fluviale" (potamia), che equivale a
Alfeio̅́a, Alfeiúse, Alfeiáia, con riferimento, ripeto, a un culto originario dell’Elide, a Letrini, che poneva in rapporto Artemide col fiume Alfèo, che, innamorato della dea, l’avrebbe inseguita fino a Ortigia. La dea aveva un tempio in Ortigia e lo scolio 12b a Pyth. II, ci attesta inoltre che una statua di Artemide era collocata presso la fonte Aretusa. In pratica una variante del mito più conosciuto, che ha per protagonista Aretusa. La quale ci appare legata, dunque, oltre che col mondo dei boschi, anche con quello  dei fiumi e dell’acqua. E, infatti, il suo nome è un participio femminile dal verbo arétho̅ < árdo̅ = irrigare, innaffiare,  fornire acqua, come sappiamo dai bei versi di Ibico, fr. 5 P vv. 1-3, e come ci spiega l’Etymologicum magnum, che è, come dice il nome, un grande dizionario; ed Epafrodito in Schol. in Theocr. I 117 afferma che «chiamano Aretusa ogni fonte». Per questo motivo esistevano altre fonti con lo stesso nome: a Itaca, Od. 13,408, a Samo, ad Argo, in Eubea e in altre località. Secondo Stefano di Bisanzio, Didimo conosceva otto sorgenti con questo nome. Aretusa è anche il nome di una delle Esperidi (Apoll., Biblioteca, II 5, 114). Della posizione dell’accento nel verbo arétho̅ discute Erodiano I de pros. cath., 440.
La ninfa si riserva di narrare la sua storia al momento in cui la dea, superato l’affanno, sarà in condizioni migliori. Ora vuole solo darle una notizia importante, fornirle un indizio che la metta in grado di ritrovare la figlia. E racconta come nel suo viaggio  sotterraneo  abbia visto nel gorgo dello Stige la giovane Proserpina, triste e spaurita, «sed regina tamen,…sed tamen inferni pollens matrona tyranni», «ma tuttavia regina,… tuttavia consorte potente del signore degli Inferi» (vv. 507-508). Aretusa parla come l’aedo omerico, che nella seconda parte dell’Inno A Demètra (v. 348 ss.), quando Ermes, per ordine di Zeus, giunge presso Plutone per riportare alla luce Persèfone, cambia aggettivazione e la fanciulla, prima tanísphyros, "dalle caviglie sottili", diventa agaué (augusta), daíphro̅n (saggia, períphro̅n (assennata), ancorché sempre
perikalle̅́s (bella).
Finalmente Demètra sa che cosa è accaduto alla figlia. Rimane attonita e stordita, come di sasso, poi si riprende e col carro vola al cospetto di Giove passis capillis, coi capelli scarmigliati. Gli chiede con veemenza la restituzione della figlia, che è anche sua figlia. La questione già ingarbugliata, perché  è stato proprio il padre a concedere Proserpina al fratello Plutone, diviene insolubile per via dei famosi chicchi di melograno che la fanciulla ha mangiato inavvertitamente o ingannata da Plutone, che le vuole impedire di lasciare il mondo sotterraneo. Comunque, alla fine si risolve nella maniera che tutti sappiamo, sei mesi sotto, sei mesi sopra, (cum matre est totidem, totidem cum coniuge menses), almeno nella versione di Ovidio,  e perciò possiamo tralasciarla.
Riavuta la figlia, Demètra torna dalla sua benefattrice, Aretusa, per chiederle i dettagli della sua storia e della sua fuga dall’Elide. Ovidio diventa virgiliano: « Conticuere undae…» «tacquero le onde … e dal profondissimo fonte la dea/ sporse la testa e, con mano asciugandosi i capelli verdi, /narrò gli amori vetusti del fiume dell’Elide, Alfèo» (vv. 574-576).
Era, in Acaia, una ninfa – racconta -  del corteggio di Artemide, come nessun’altra amante dei boschi e della caccia. Era forte e robusta e, sebbene incurante della sua bellezza, era ritenuta avvenente (formosae nomen habebam, v. 581), come appare di tre quarti e di profilo negli aurei, nei tetradrammi e  nei  decadrammi firmati da Kimon  e da Eveneto. Insomma, forse non era, come invece la fanciulla del Novellino, «di molto bellissima» e forse era anche di un po’ salvatico «sembiante», ma esercitava fascino sui maschi. Per dirla in breve e in latino, era certo una «venatrix puella, sed plane puella» «era una ragazza cacciatrice, ma che pezzo di ragazza». Era al naturale, non si curava e non conosceva le arti della fascinazione, perché, credo, non aveva letto con cura o non aveva affatto letto l’Ars amatoria e i Medicamina faciei del nostro poeta. Il destino, però, aveva deciso la sua sorte.
Avvenne un meriggio, nella torrida e abbacinante calura dell’estate peloponnesiaca, che non ha nulla da invidiare a quella siciliana, nel momento panico, quando Pan piè caprino trascorre furtivo per la campagna o riposa e la natura sembra trattenere il respiro e i pastori non osano suonare la zampogna (Theoc. I, 15), per non disturbarlo, ed è più facile e più rischioso, anche per una ninfa giovane e bella, l’incontro con un essere divino, come ben apprese Tiresia  nell’incontro veramente "accecante" con Pallade nuda al bagno (Call.,  Inno V, Per i lavacri di Pallade, v.70ss.).
Aretusa ritorna stanca dalla caccia, è accaldata, trova  una limpida fonte, di cui si contano tutte le pietre nel fondo, la superficie immobile, salici e pioppi ombreggiano le sponde. La giovane cacciatrice, nel rigoglio della giovinezza, si avvicina all’acqua e con circospezione immerge i piedi, poi entra nell’acqua fino al ginocchio. È titubante, sa che il dio del fiume, esuberante e sensuale, come tutte le divinità fluviali, può essere in agguato. Poi, vinta dalla calura, si spoglia e nuda si tuffa nelle onde fresche. Ma nell’acqua corre un fremito e Aretusa guadagna smarrita (territa) la sponda più vicina. «Quo properas, Arethusa?.. .quo properas?» - grida di sott’acqua con voce roca Alfèo - «Dove corri, Aretusa? … Dove corri?». Aretusa fugge, nuda com’è. Alfèo, eccitato, si lancia all’inseguimento, perché Aretusa nuda gli sembra più pronta (paratior). Preparata e servita. Troppo comodo!
Corre la ninfa per tutto il Peloponneso, Alfèo non riesce ad essere più veloce. Alla distanza, però, si impone (longi patiens erat ille laboris). Aretusa corre disperata col sole alle spalle: d’un tratto vede un’ombra lunga precederla, è l’ombra di Alfèo che la sovrasta, il respiro affannoso del suo inseguitore le scompone le bende dei capelli. Sfinita, invoca Diana «Fer opem, depreendimur» «aiutami, sono presa» (v. 618). La dea, commossa, l’avvolge in una nube fitta e Alfèo, per quanto si aggiri attorno ad essa, sfiorandola, non riesce a scorgerla e la chiama «Io Arethusa, Io Arethusa». Però non si parte, fissa la nube, forse intuisce, perché le orme si interrompono lì: è il momento in cui la violenza, sebbene non consumata, trasmuta e diventa un evento di natura. Aretusa ricorda e narra a Demètra i suoi ultimi momenti da ninfa: «… Mi sudano immote le membra/ gelido umore e dal corpo mi stillano cerule gocce / gocciola il luogo dovunque mi muova coi piedi: dal crine/ piove rugiada e mi sfaccio più presto che non lo racconto./ L’acque dilette conosce Alfèo e, lasciato l’aspetto/ d’uomo, rimutasi in fiume per mescere l’onde con l’onde./ Aprì Delia la terra, e per buie caverne sommersa/ venni nell’isola di Ortigia, che grata del nome divino/mi diè per prima l’uscita a vedere la luce del cielo» ( vv. 631-640, tr. Bernini). Il dio-fiume, però,  è veramente invaghito e segue la sua ninfa.  
Dalla tentata violenza nasce un nuovo ordine naturale, perché Artemide ha aperto la strada e Aretusa è giunta nell’isola che sempre sarà sua, Ortigia, che le ha offerto la via, permettendole di tornare, lo dico col Poeta, «a rivedere le stelle». Da quel momento un legame indissolubile unisce Ortigia, Artemis potamia e Aretusa dai verdi capelli, accarezzata dalle acque d’Alfèo, che le ricorda le origini, dall’Elide antica. L’armonia del  mondo è ricomposta nella città di Archia, Siracusa, la città fondata dai Corinzi inviati da Apollo, il dio di Delfi, che colpisce da lontano, fratello di Artemis, ricordati insieme dall’aedo dell’Inno omerico  III Ad Apollo vv. 15-16: «Apollo sovrano, e Artemeide saettatrice/ questa  in Ortigia, quello nella rocciosa Delo». La storia è finita, comincia il mito che l’ha consegnata a noi. Aretusa era nel destino di Ortigia, perché Fors sua cuique loco est «Hanno anche i luoghi il loro destino» (Fasti, IV 507).
E ancora oggi kréne tis ésti… c’è una fonte…

  

 

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