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L'attività sociale > 2020 - Divagazioni II
 
 


Divagazioni al tempo del Coronavirus

2^ fase

 
 
 

Sebastiano Amato  

 

Eroi e uomini dell’Iliade: Diomede

 


Omero è molto abile nel costruire i personaggi con tocchi successivi, scegliendo con cura  le situazioni adatte  per cogliere nuove emozioni e rivelare particolari del carattere, e per dare, così, movimento alla tipologia degli eroi, che non risultano statici, ma dotati di dinamismo psicologico. Si potrebbe dire che sono personaggi in fieri.  Così fa con il personaggio di Diomede, perché non ci dà subito un ritratto, ma costruisce la sua  personalità in una serie di quadri di volta in volta aggiunti in diverse occasioni in cui l’eroe è protagonista. L’abilità è somma, soprattutto se pensiamo che il personaggio potrebbe provenire da altro contesto e sarebbe entrato tardi (ma tardi, quando?), come pensano alcuni, nell’epos omerico. La prima menzione dell’eroe nell’Iliade la incontriamo leggendo il Catalogo delle navi nel II libro ai versi 559-568, in  cui si sono elencate le città che forniscono i contingenti e i capi che li guidano:


Ο δ' Αργς τ' εχον Τρυνθ τε τειχιεσσαν
Ερμινην ᾿Ασνην τε, βαθν κατ κλπον χοσας,
Τροιζν' ᾿Ηϊνας τε καὶ ἀμπελεντ' ᾿Επδαυρον,
ο τ' χον Αγιναν Μσητ τε κοροι ᾿Αχαιν,
τν αθ' γεμνευε βον γαθς Διομδης
κα Σθνελος, Καπανος γακλειτο φλος υἱός·
τοσι δ' μ' Εραλος τρτατος κεν σθεος φς
Μηκιστος υἱὸς Ταλαϊονδαο νακτος·
συμπντων δ' γετο βον γαθς Διομδης·
τοσι δ' μ' γδκοντα μλαιναι νες ποντο.

Quelli che avevano Argo e Tirinto murata,
Ermione  e Asine nel golfo profondo,
Trezene, Eione, Epidauro piantata a vigneti,
e avevano Egina e Màsete, giovani degli Achei,
di questi era a capo Diomede, potente nel grido,
e Sténelo, caro figlio di Capaneo glorioso,
terzo Eurialo andava con essi, mortale pari agli dei,
figlio di Mecisteo, del re Talaonide;
ma su tutti imperava Diomede potente nel grido.
Costoro ottanta navi nere seguivano. (Tr. Calzecchi Onesti)

Dal passo apprendiamo che si tratta di un contingente robusto guidato da tre capi: Diomede, Sténelo e Eurialo. Di Sténelo il poeta ci dà il nome del padre: Capaneo,  e questo ci illumina subito dall’ambiente da cui proviene Diomede. Capaneo è uno «de’ sette regi/ ch’assiser Tebe» e morì, per la sua tracotanza e superbia, folgorato sulle mura della città, nello sfortunato tentativo di conquistarla. Siamo nell’ambiente del ciclo tebano. Sténelo è, quindi, uno degli Epigoni, cioè dei figli degli eroi caduti a Tebe, che dieci anni dopo assalirono di nuovo Tebe, la città dalle sette porte,  e la conquistarono.  Di Diomede non si dice niente, se non che è boèn agathós "potente nel grido" e i grandi guerrieri sono tali.  Comanda su tutti, deve essere, quindi, il re di Argo e deve avere  ereditato il regno dl suocero, Adrasto, attraverso il matrimonio con la saggia figlia Egialèa, come apprenderemo da V 412-415 e da XIV 110-125. Il lettore e prima di lui l’ascoltatore  antico sapevano subito identificarlo. Il poeta è parco ad arte, perché si riserva di darci più ampie notizie  nella Rassegna di Agamennone ( IV 364-421). Agamennone trova Diomede ritto sul carro, con vicino Sténelo, e lo rimbrotta (néikessen), perché lo vede titubante e ansioso osservare le file dei nemici, rinfacciandogli il valore di suo padre Tideo, che amava battersi coi nemici molto avanti ai compagni ed era il migliore di tutti. Era, insomma, il prototipo del guerriero. E, andato a  Tebe (378: «ο δ ττ' στρατωνθ' ερ πρς τεχεα Θβης», «essi allora muovevano in campo contro le mura sacre di Tebe»), anche prima che si aprissero le ostilità, compì, col soccorso di Atena, molte gloriose imprese. Ma, purtroppo, si rammarica Agamennone, Tideo, pur essendo tale, ha generato un figlio  χρεια μχῃ, ἀγορ δ τ' μενω, «peggiore in battaglia, migliore in consiglio» IV 400). Non dice, Agamennone, che poi a Tebe cadde  alle porte Pretidi, affrontò in duello mortale per ambedue Melanippo, figlio di Astaco, ma ce lo dice Eschilo, (Sept., 407-420).  E tace anche che Anfiarao, odiandolo perché  contro il suo parere aveva convinto gli Argivi alla spedizione contro Tebe, per impedire a Atena di renderlo immortale, tagliò la testa di Melanippo e la offrì a Tideo che, pur morente, la spaccò e divorò il cervello del suo avversario (Apoll., III 6, 8 (75) , anticipando di molto il dantesco conte Ugolino della Gherardesca. Ma la cosa non ci deve meravigliare se solo pensiamo che Achille, a Ettore che lo prega di non lasciare straziare il suo cadavere dai cani, risponde cin ferocia inaudita:«No,cane, non mi pregare, né pei ginocchi né pei genitori; ah! Che la rabbia e il furore dovrebbero spingere me/ a tagliuzzare le tue carni e a  divorarle così, per quel che m’ hai fatto » XXII 345-347). E ancor meno se pensiamo che Ecuba, cercando di sconsigliare Praimo, deciso ad andare da solo da Achille per riscattare il cadavere di Ettore, dice inaspettatamente, accecata dall’odio e dal dolore:«… ma potessi il suo fegato/mordere e divorarlo: sarebbe vendetta pel figlio/che non m’ha ucciso mentre voltava le spalle/,/ ma mentre a difesa dei Teucri, delle Troiane alto cinte/lottava con lui, immemore di paura e di fuga» (XXIV 212-216).
Diomede non risponde, rispettoso dell’autorità del capo (IV 402), risponde invece Stènelo, di Capaneo, che ha ereditato una parte della tracotanza del padre. Egli rimprovera addirittura Agamennone di non dire il vero e  e fa un’affermazione che capovolge  il pensiero tradizionale,  codificato da Nestore all’inizio del poema (I 262-265)   :


ο γρ πω τοους δον νρας οδὲ ἴδωμαι,
οον Πειρθον τε Δραντ τε ποιμνα λαν
Καινα τ' ᾿Εξδιν τε καὶ ἀντθεον Πολφημον
Θησα τ' Αγεδην, πιεκελον θαντοισιν·

n nessun luogo già vidi né mai vedrò  uomini tali
quali Pirìtoo e Driante, pastore di popoli,
Ceneo ed Essadio, Polifemo pari agli dei,
Teseo, figlio d’Egeo,  simile agli immortali

Sostiene, inafatti, che i figli, anche lui e Diomede, quindi, di coloro che andarono a Tebe sono migliori dei padri (IV 405)., poiché i figli, gli Epigoni, presero la città e quelli vi morirono solamente:

μες τοι πατρων μγ' μενονες εχμεθ' εναι·
μες κα Θβης δος ελομεν πταπλοιο
παυρτερον λαν γαγνθ' π τεχος ρειον,
πειθμενοι τερεσσι θεν κα Ζηνς ρωγῇ·
κενοι δ σφετρσιν τασθαλίῃσιν λοντο·
τ μ μοι πατρας ποθ' μοίῃ ἔνθεο τιμῇ.  

Noi ci vantiamo di essere molto migliori dei padri;
noi prendemmola rocca di Tebe che ha sette porte,
guidando più piccolo esercito contro muro più forte,
fidando nei seni dei numi e nel soccorso di Zeus;
quelli invece perirono per l’orgoglio loro;
perciò non mettermi i padri in grado uguale d’onore. (IV 405-409)

Il sistema dei valori è orientato verso il presente e non si tratta solo di valore guerriero, ma anche di pietas verso gli dei. Apprendiamo ora in maniera esplicita che Diomede e Sténelo hanno partecipato alla seconda spedizione vittoriosa contro Tebe. Sono, quindi, i conquistatori di Tebe, hanno una gloria militare alle spalle e sono dei veterani, come nessuno degli altri guerrieri sotto Troia, sebbene   lo stesso Diomede, pur appartenendo alla generazione di mezzo fra la tebana e la troiana, sorprendentemente affermi di essere il più giovane (XIV 112) tra Nestore, Agamennone e Ulisse.    
A questo punto il poeta svela un lato importante del carattere dell’eroe: egli è un abile e autorevole  parlatore e possiede qualità intellettuali, come quasi tutti i guerrieri omerici, ma ha anche rispetto delle gerarchie, il senso dell’obbedienza nei confronti di chi è stato scelto come capo. È coscientemente inserito nelle strutture del sistema epico, di cui accetta e rispetta le regole. Perciò egli a sua volta rimprovera Sténelo e lo invita a tacere, perché, al contrario dell’amico, comprende il motivo non egoistico per cui Agamennone sprona al combattimento gli Achei: per il capo "è certo gloria se Troia cade, ma grande dolore se gli Achei sono distrutti". A loro tocca battersi. Dette queste cose, balza sul carro e il poeta osserva:«… timore avrebbe preso anche un cuore gagliardo» (IV 421). Nel verso cogliamo ciò che emana dalla figura dell’eroe: qualcosa di terribile e di potente. Egli è uomo di guerra, è votato alla guerra, combatte da sempre, sicché nel suo orizzonte etico non c’è che la guerra, le sue regole e l’esercizio del valore.
Il personaggio è,dunque, pronto all’azione e il poeta gli concede la scena nel canto V: l’ "aristia" di Diomede, appunto, in cui l’eroe darà prova della sua forza e del suo coraggio, con l’aiuto di Atena, che era stata anche la dea protettrice di suo padre. Essa lo spinge alla battaglia, ammonendolo a distinguere i mortali e gli immortali con la sola eccezione di Afrodite. Le imprese sono straordinarie e immenso il numero dei nemici uccisi. E il poeta, con un procedimento che gli è familiare, utilizza una serie di similitudini per descrivere l’impeto, violento e deciso, di Diomede che, pur dopo essere stato ferito da una freccia del licio Pandaro, infuria sul campo di battaglia, paragonandolo a quello di un torrente in piena che tutto travolge (V 87) o quello di un leone che ferito ma non ucciso dal pastore salta ancora più furioso dentro un recinto (V 136 ss.) o assale una mandria e spezza il collo a un toro (160 ss.). Tutte immagini di slancio e di potenza. Quando Sténelo vede Enea e Pandaro insieme venire contro Diomede, lo invita a ritirarsi, l’eroe risponde in maniera sprezzante, ribadendo  il  credo ortodosso della sua etica guerriera (V 252-256):


μ τι φβον δ' γρευ', πε οδ σ πεισμεν οω.
ο γρ μοι γενναον λυσκζοντι μχεσθαι
οδ καταπτσσειν· τι μοι μνος μπεδν στιν·
κνεω δ' ππων πιβαινμεν, λλ κα ατως
ντον εμ' ατν· τρεν μ' οκ ἐᾷ Παλλς ᾿Αθνη.

Non parlarmi di fuga, io non intendo ascoltarti.
Non è della mia stirpe  combattere fuggendo,
né appiattarsi: ancora il mio coraggio è saldo.
Odo salire sul carro: anzi, proprio così,
andrò ad incontrarli; Pallade Atena non vuole che io tremi.

Così uccide Pandaro, ferisce Enea e subito dopo ferisce addirittura Afrodite, che sta salvando il figlio. La dea che esce un po’comicamente  piagnucolando dal campo di battaglia. Nell’azione contro Afrodite, come nell’atteggiamento nei confronti di Apollo e poi nell’azione contro Ares, spalleggiato da Atena che sale sul carro con lui, cogliamo una punta di hybris, di tracotanza, di superbia, anche se autorizzata e indotta da una dea "folle" come Atena, la figlia di Zeus egioco. Ma tutto sommato rientra nella norma, perché la misura dell’eroe è spesso nella sua dismisura. Il poeta ci offre ancora la possibilità di cogliere le preferenze di Diomede all’interno  della comunità eroica. Non lo vedremo mai a fianco di Achille e forse tra loro non correva buon sangue (vd. IX  694). Lo troviamo qui insieme a Odisseo, mentre incita i Danai a resistere agli attacchi di Ettore e dei Troiani che avanzano verso la palizzata del campo acheo (V 519). E non è un caso che Odisseo e Diomede siano ricordati insieme, forza e astuzia che si sorreggono a vicenda. È quel che si dice una coppia affiatata. Insieme ad Ulisse compie l‘audace furto di uno dei due  Palladi (Od. IV 242-259; Apoll. Ep., 5, 13), l’altro lo porterà via Enea (vd. Dion. Hal. Ant. Rom. I 60 p. 138 Allen). Si offrirà volontario nel canto X, la cosiddetta Dolonea, per  un’audace impresa notturna, per la quale si sceglierà come compagno proprio Ulisse. Nell’azione dimostra determinazione e ferocia nell’uccidere Dolone e poi massacrare nel sonno, freddamente, dodici guerrieri Traci, freschi alleati dei Troiani, e il loro re Reso, mentre Ulisse aggioga e porta via il carro e i famosi cavalli. Nel canto XI combatterà ancora strenuamente e si ritroverà ancora una volta insieme ad Ulisse, pronto, dopo un momento di incertezza, ad affrontare Ettore. Ma sarà anche colui che gli Achei, riconoscendogli doti di valente ed equilibrato  parlatore, manderanno a Lemno, con Ulisse, a convincere Filottete a tornare a Troia (Apoll., Ep., 5,8). Era un sodalizio solido e, infatti, Dante li colloca insieme nell’Inferno in una scena grandiosa.
Ma il poeta non vuole farne un supereroe, un automa del campo di battaglia, perché conosce bene i limiti degli uomini. Quando Diomede, infatti, vede avanzare Ettore e dietro di lui le falangi dei Teucri e si accorge che Ares stesso lo precedeva e la divina Eniò, dominatrice del tumulto sfrenato della mischia, e che Ares agita in mano un’asta enorme, ecco che allora ha un momento di paura (V 596; cfr. XI 345), si ferma e retrocede come un viandante davanti alla riva di un fiume, che spumoso e gorgogliante scorre verso il mare, e subito torna indietro. Comprende il limite del suo agire, rientra nell’ordine di grandezza degli uomini e invita i compagni a ritirarsi ordinatamente, evitando di lottare contro i numi (V 601-606). E quando la dea Atena occhio azzurro lo trova presso il carro che si cura la ferita infertagli da Pandaro e lo rimprovera di essere inferiore a suo padre Tideo e di lasciarsi vincere dal vile timore (v 812), egli, ricordando ad Atena il suo ordine preciso, si giustifica a ragione,«perché Ares vedo che guida la battaglia» (V824). Sarà allora che Atena salirà sul carro  con Diomede e insieme feriranno Ares che tornerà scornato all’Olimpo. Ma si tratterà in realtà di una resa dei conti fra dei. Il giudizio sintetico su questa "giornata" di Diomede lo dà Ettore, parlando con la madre Ecuba (VI  278), definendo il figlio di Tidèo:  


γριον αχμητν κρατερν μστωρα φβοιο.

il  combattente selvaggio, il duro maestro di rotta.


La figura dell’eroe viene completata nel grande quadro veramente epico dell’incontro tra Glauco e Diomede, prima di uno scontro mortale che poi non avverrà. Glauco, eroe licio, figlio di Ippóloco, cugino e amico di Sarpedone, nipote di Bellerofonte, e Diomede si trovano di fronte (VI 119). Stranamente non si conoscono, perché non si sono mai incontrati. Diomede, secondo le regole del codice cavalleresco, chiede a Glauco chi sia e lo fa con un discorso in cui fa sfoggio delle sue  buone capacità oratorie, delle sue conoscenze mitologiche, cioè storiche, e dei suoi rapporti sociali, come si conviene ad un eroe navigato, ancorché arcigno. Gli chiede se sia mortale o immortale, ribadendo che non vuole combattere con un dio, per non averne un danno irreversibile, come quello che subì Licurgo, quando affrontò e spaventò Dioniso bambino, finendo poi per essere accecato da Zeus (VI 141-143). Gli risponde Glauco con una prova oratoria superlativa, che esamineremo in altra occasione, in cui espone la sua genealogia che rimonta a Bellerofonte e ha la sua origine a Efira, dunque alla zona di Argo e di Corinto. Scopriamo di passaggio così che Glauco per parte di padre è greco e ancora che è legato alla grecità occidentale, Corinzia e Siracusana,  perché anche Archia e i Corinzii vantavano Bellerofonte come loro antenato, come con orgoglio si vantano Gorgò e Prassinoa nelle Siracusane di Teocrito. Insomma noi Siracusani vantiamo - miracolo del mito- in Glauco, principe licio e combattente a Troia,  una specie di  concittadino.
Bellerofonte, infatti, ha sposato una figlia di Iobate, re dei Lici,  e da lei ha avuto tre figli. Di uno di questi, Ippóloco, Glauco è figlio ed è nipote di Bellerofonte, della stirpe di Sisifo. Diomede così apprende che  Glauco è legato a lui da un vecchio vincolo di ospitalità, perché il nonno Oineo ha ospitato per 20 giorni Bellerofonte, con cui si è scambiato splendidi doni. Non possibile, quindi, secondo e regole della comunità eroica, che essi si battano. Possono solo scambiarsi doni ospitali e così fanno. E Omero osserva umoristicamente che a Diomede andò bene, perché le sue erano di ferro e valevano nove buoi e quelle di Glauco d’oro e del valore di cento buoi. Forse Zeus aveva tolto il senno a Glauco.
In questo dialogo apprendiamo, inoltre, per bocca dello stesso Diomede, che egli non ha conosciuto suo padre Tideo, perché era troppo piccolo, quando il padre partì per l’assedio di Tebe, da cui non sarebbe tornato (VI 222-223), particolare di non secondaria importanza nella biografia dell’eroe. Psicologi e psichiatri moderni potrebbero con grande gioia e competenza discutere a lungo sugli effetti di questo trauma infantile,  la "perdita del padre",  sul carattere e su certe rudezze del più granitico e roccioso degli Achei. Scoprirebbero certo che l’eroe, orfano, ha sofferto, perché il padre non è stato un punto d’appoggio affettivo e morale, ma solo un modello da imitare, cioè un incubo. Omero sotto questo riguardo era meno attrezzato, ma non era uno sprovveduto, perché conosceva bene  l’incidenza del rapporto tra padre e figlio, come dimostra nell’incontro tra Achille e Priamo nel canto XXIV, dove, proprio pensando con tenero affetto al vecchio Peleo in patria, Achille restituisce a Priamo il corpo di Ettore. Possiamo, quindi, ammettere che Omero tenesse anche conto di questo, nel presentare le angolosità dell’eroe.
Troviamo Diomede impegnato poi a salvare Nestore e a raggiungere e uccidere Ettore, senza riuscirvi (VIII 99ss.). Lo ferma Zeus e l’eroe, su consiglio di Nestore, acconsente a ritirarsi, sebbene a malincuore (VIII 166). Poi rientra in battaglia e uccide altri troiani. E nel canto IX, ancora controcorrente,  affronta e rimprovera Agamennone di aver troppo pregato Achille e di avergli offerto infiniti doni IX 695), dando un giudizio un po’ sprezzante sul figlio di Peleo (IX 699-701):

                                 ὃ δ' γνωρ στ καὶ ἄλλως·
νν α μιν πολ μλλον γηνορίῃσιν νκας.
λλ' τοι κενον μν ἐάσομεν κεν ἴῃσιν
κε μνῃ·  
                                       egli è troppo superbo;
ora tanto più l’hai dato in preda all’orgoglio.
Ma lasciamolo stare, sia che vada  o rimanga.

All’impresa notturna con Ulisse abbiamo accennato e può bastare, poiché non aggiungemmo niente a quello che sappiamo dell’eroe. Lo troviamo impegnato in combattimento in una lunga giornata campale nel canto XI, sempre animato dal medesimo furore, sempre in compagnia di Ulisse, che lo cura, quando Paride con una freccia lo ferisce alla pianta del piede (XI 396 ss). Qui lo sorprendiamo anche come convinto  teorizzatore di un comma della legge generale dell’etica guerriera, quello per cui il combattente con la lancia e lo scudo è il vero guerriero, mentre l’arciere è un vigliacco e una donnicciola (XI 385 ss). E certo Omero non poteva trovare personaggio più adatto per esprimere questa convinzione.
Dopo incanto XI Diomede scompare dal campo di battaglia, perché ferito. Ma è anche   spiegabile, dato che l’ultima parte del poema è per Patroclo, Achille  ed Ettore. È impegnato, però, in discorsi, come quello un po’ troppo enfatico di  XIV 110 ss.,dove  racconta la sua genealogia.  
Lo troviamo impegnato sportivamente nei Giochi funebri in onore di Patroclo, nei quali vince una spettacolare corsa col carro (XXIII 511 ss., Apoll., Ep. 4,8) e si scontra in duello quasi mortalmente con Aiace Telamonio (XXIII 811). Nella gara del pugilato (XXIII 664-699), si impegna come "secondo" di Eurìalo, figlio di Mecisteo, per il buon motivo che costui un tempo era andato a Tebe per i funerali di Edipo e aveva sconfitto tutti Cadmei proprio nel pugilato e, forse, per  un pizzico di sentimentalismo nostalgico. Gli va male, perché il suo campione viene sconfitto per KO da Epeo, ma dimostra, comunque, vocazione agonistica e sportiva. Sappiamo, infatti, che vincerà la gara di corsa nei giochi funebri per Achille (Apoll. Ep. 5, 5).
Dopo la caduta di Troia si imbarcherà con Nestore e Menelao (Apoll. Ep., 6,1). Anche lui, come altri eroi, arrivato in patria avrà molte delusioni. Per sfuggire alle insidie della moglie Egialea dovrà abbandonare Argo e diverrà un eroe della diaspora occidentale e fondatore di molte città in Italia, in Apulia precisamente, e riceverà culto eroico fino alle foci del Timavo, a caput Hadriae. In questa veste sarà utilizzato dalla propaganda coloniale e espansionistica di Siracusa, da parte di Dionsio I, (L. Braccesi, Grecità d’Occidente, Padova 1994, pp. 85-110). Nel nome di Bellerofonte, aggiungiamo noi, il capostipite della stirpe di Glauco, l’ospite antico, che aveva  in un giorno indimenticabile incontrato nella piana di Troia, forse per caso forse per volontà divina. Diversamente da lui, Glauco era lì caduto per mano di Aiace Telamonio (Apoll. Ep., 5, 4), combattendo per intorno al cadavere di Achille. Ora, mentre Diomede vagava in Occidente, dormiva il sonno dell’eternità, allietato dal canto delle Ninfe, nella sua Licia favolosa e felice. Ma questo era fuori dall’orizzonte del poeta dell’Iliade.

 
 
 

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